Cosa possono avere in comune la bandiera giapponese e Piero Angela? E’ probabile che Angela abbia dedicato uno speciale SuperQuark al Giappone ma non è questo il tema del post. Entrambi hanno dato estremo valore alla semplicità. Lo sostiene uno dei designer italiani più importanti del nostro tempo e senza tempo, almeno a mio modo di vedere: Bruno Munari (1907-1998).
Quando guardo i siti web che catturano la mia attenzione ne ho la conferma. Quello che Munari diceva in tempi in cui internet non era diffuso come ora, anzi quando proprio non c’era, oggi viene ancora messo in pratica.
Tutto diventa chiaro leggendo i due estratti che seguono e guardando la selezione di siti alla fine di questo post.

Complicare è facile, semplificare è difficile.
Per complicare basta aggiungere, tutto quello che si vuole: colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose.
Tutti sono capaci di complicare.
Pochi sono capaci di semplificare.
Piero Angela ha detto un giorno è difficile essere facili.
Per semplificare bisogna togliere, e per togliere bisogna sapere cosa togliere […]
Togliere invece che aggiungere vuol dire riconoscere l’essenza delle cose e comunicarle nella loro essenzialità. […]
Eppure la gente quando si trova di fronte a certe espressioni di semplicità o di essenzialità dice inevitabilmente questo lo so fare anch’io, intendendo di non dare valore alle cose semplici perché a quel punto diventano quasi ovvie.
In realtà quando la gente dice quella frase intende dire che lo può Rifare, altrimenti lo avrebbe già fatto prima.
La semplificazione è il segno dell’intelligenza, un antico detto cinese dice:
quello che non si può dire in poche parole non si può dirlo neanche in molte.  Bruno Munari, “Verbale scritto”, Ed. Il Melangolo, 1992

Esiste uno schema di manifesto al quale spesso i grafici fanno riferimento, per l’efficacia visiva, ed è la bandiera giapponese: un disco rosso in campo bianco. Perché questo schema così semplice ha molta efficacia visiva? Perché il campo bianco isola e stacca il disco da tutto ciò che lo circonda, da qualunque tipo di manifesto e perché il disco è una figura dalla quale l’occhio non si stacca facilmente. Infatti l’occhio (lo sguardo) è abituato a fuggire dalla punte, come dalla punta della freccia, per esempio. Un triangolo ha tre possibilità di fuga dello sguardo. Un quadrato, quattro…un cerchio non ha punte, angoli di fuga, e l’occhio è costretto a girare dentro al disco fino a staccarsene con uno strappo”. Bruno Munari, “Arte come mestiere”, Ed. Laterza”, 1966